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E' DECEDUTO IL COLLEGA ALFREDO CIARAMELLA ....

15 aprile 2014

GIU' LE MANI DALL'EAV ! NIENTE PIGNORAMENTI, LO DICE IL GIUDICE.


Gerardo Ausiello 
il mattino di Napoli

Il Tribunale respinge l’assalto dei creditori e blinda i beni dell’Eav, la holding che gestisce il trasporto pubblico su ferro in Campania. A rendere totalmente inefficaci i pignoramenti promossi dall’Ascosa Ferroviaria Scarl (associazione temporanea di imprese di cui fanno parte Ansaldo Sts, Impresa, Imeco, L.D.B., B&P e Aet) è il verdetto pronunciato dal giudice dell’esecuzione Enrico Ardituro (Quinta sezione civile). Che produce subito un doppio effetto: da un lato cancella uno degli ostacoli che non avrebbe permesso la piena attuazione del piano di rientro dell’Eav, approvato in via definitiva solo a marzo; dall’altro, però, impone alle imprese di attendere ancora per ottenere il pagamento di crediti maturati anni fa.

Perché questa decisione? Il ragionamento del giudice è chiaro: la norma che impedisce di aggredire i beni dell’Eav, contenuta in un decreto varato dal governo Renzi e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 6 marzo scorso, non rappresenta solo una proroga delle precedenti norme ma è di fatto un presupposto fondamentale per rendere operativo il piano di rientro. Peraltro, osserva Ardituro, l’intervento legislativo risponde ad una «esigenza transitoria», poiché (al momento) il muro anti-creditori è valido fino al prossimo 30 giugno, e non fino al 31 dicembre come previsto in precedenza.
Il Tribunale non ritiene inoltre fondati i rilievi mossi dai ricorrenti, che parlano di un piano «fantasma» e, in quanto tale, in contrasto con il diritto comunitario: il piano di rientro elaborato dal commissario Pietro Voci «appare controbilanciato - aggiunge invece il giudice - dalla predisposizione di meccanismi diretti proprio alla definitiva soddisfazione dei crediti scaturenti da quei titoli esecutivi». Da qui, allora, l’altolà all’Ascosa Ferroviaria, condannata anche al pagamento delle spese legali. L’amministratore unico dell’Eav Nello Polese, che guida l’azienda con il direttore generale Valeria Casizzone, tira un sospiro di sollievo: «È una fase decisiva. Il piano Voci è stato approvato e stiamo per licenziare anche il bilancio dell’azienda che certificherà il ripianamento dei debiti con le risorse per pagare i creditori. Mi sento, pertanto, di lanciare un appello sentito ai tanti imprenditori che aspettano da anni. Ci siamo, si tratta davvero di pazientare ancora un po’. Le fughe in avanti, invece, danneggiano tutti innescando una guerra tra poveri. Non bisogna dimenticare - insiste - che qui è stato fatto un miracolo, l’alternativa era il fallimento. È una scommessa difficilissima, su cui ci siamo impegnati anche rischiando direttamente, e oggi siamo vicini al traguardo».
Al braccio di ferro si era arrivati in virtù di una vacatio normativa che si era creata nel passaggio dal governo guidato da Enrico Letta a quello retto da Renzi. Quando il Pd ha silurato l’ex premier, con lui è decaduto tra le polemiche anche il decreto 126, che conteneva norme cruciali come il salva-Roma e il blocco dei pignoramenti. Misure che sono state recuperate nel milleproroghe, salvo poi sparire in fase di conversione. L’esecutivo Renzi, fresco di giuramento, è quindi dovuto correre ai ripari varando un altro decreto con cui ha appunto ripristinato il muro anti-creditori (accorciandolo di sei mesi). In mezzo c’è stata però una settimana di vuoto. Per sette giorni quel muro che impediva agli imprenditori strozzati dai crediti di accedere ai loro soldi si era come per magia frantumato. Un’occasione unica, che l’Ascosa non si è lasciata sfuggire ma a cui il Tribunale ha imposto lo stop. E ora? La strada per l’attuazione del piano di rientro dovrebbe essere in discesa. Anche se resta l’ostacolo più temuto, ovvero i tetti del patto di stabilità che non consentono di stanziare tutte le risorse disponibili e necessarie. I soldi, insomma, ci sono (200 milioni di Fas della Regione, 50 milioni previsti dallo Stato, 160 milioni pagati direttamente dai cittadini con le addizionali Irap e Irpef e la restante parte coperta dal governo con il salva-imprese), ma si rischia di non poterli spendere.



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