BREVI, FLASH, ANNUNCI.....

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10 marzo 2013

SECONDO CAPITOLO DI "LE SBARRE INVISIBILI" DI CIRO TARANTINO





LE SBARRE INVISIBILI

capitolo II



LA MIA CASA

La casa in cui vivevo era un alloggio popolare 
composto da tre vani più accessori,un  pò  stretta per una famiglia complessiva di dodici persone. Era dolce il ricordo della mia casa:in essa sbocciarono i primi sentimenti e sono maturate le mie prime esperienze della vita. Ogni suo angolo parlava della mia infanzia felice,in ogni stanza risuonavano le voci a me care. Dappertutto si avvertiva il tocco paziente di mia madre e l’arte delle sue mani instancabili. Alla mia casa sono legate le memorie più dolci,gli affetti più intimi e le memorie delle persone più amate. Le feste più intime le ho svolte nel tepore della casa durante i giorni onomastici e natalizi di qualche familiare:ogni ombra,se mai v’è stata,si è dissipata 
come per incanto :la mia casa era tutta una festa.

    
Come tutti i rioni popolari,anche quello in cui vivevo  era composto da tanti palazzi tutti uguali tra loro.  In esso vi erano anche larghi spazi verdi, con enormi alberi,( pini, querce e pioppi), sopra i quali facemmo le prime arrampicate. In questo rione c’erano cinque parchi molto spaziosi, al punto tale da permetterci di giocare a calcio. Il campo in cui giocavamo era sprovvisto di porte, per cui al loro posto mettevamo due grosse pietre. 
Dopo un po’ costruimmo le porte con dei pali di legno presi in un vicino cantiere edile.  La mia squadra di calcio era formata dai miei fratelli Salvatore,Gaetano e altri dieci amichetti. Pretendevo dal mio portiere che si tuffasse su delle piccole pietre,che io avevo messo nella porta. Non ero un sadico ,avevo sentito parlare di un grande portiere professionista dell’epoca che da piccolo,lo facevano tuffare su delle pietre. Chiunque della mia squadra ,durante una partita,non si impegnava,o lo picchiavo o,lo buttavo fuori squadra,sia esso fratello o non. Solo con mio fratello Gaetano,non potevo essere troppo duro perché era quasi sempre lui il proprietario del pallone,infatti quando lo redarguivo per un passaggio sbagliato,si prendeva il pallone e scappava via. Tutti i bambini dovrebbero anche per una sola volta nella loro vita varcare la soglia di quel mondo,ormai quasi perduto e son certo che una volta provate queste piacevoli sensazioni di piacere,difficilmente poi le avrebbero dimenticate. Quel mondo costituisce la testimonianza attiva di memoria e di cultura,lo strumento insostituibile di approfondimento della vita,la quale viene espressa attraverso i giochi,lo studio,il lavoro ecc. 
  
Nella pineta vicino casa mia cresceva un fiore piccino,particolare,che si apriva tra le siepi,nel mese di settembre. Era difficile a vedersi,ma il suo profumo si spargeva nell’aria. Cresceva a grappoli,diventando come un gomitolo di lana bianca ,poi lentamente si perdeva nel vento. Però il suo profumo rimaneva a lungo nell’aria.  All’interno di questa  pineta trascorrevo molto del mio tempo: al suo interno c’era un campo di pattinaggio con dei grandi spalti di marmo bianco, e tutto il suo perimetro era circondato da ortensie e gerani che in primavera, durante la fioritura, lo rendevano ancora più bello.
 In questa stagione, noi bambini aspettavamo con ansia l’arrivo delle rondini, le quali appena giungevano salutavano ogni cosa, volando senza mai fermarsi. Inoltre, restavamo affascinati dalla spola che facevano i passeri dagli alberi ai campi, in cerca di ramoscelli per la costruzione dei nidi.
 I cardellini appostati sui rami cantavano in modo irrefrenabile,il loro canto esplodeva nel sole come la purezza acuta del cristallo,ma la gioia che davano era effimera,essa durava appena il tempo del loro fugace passare. Tutta questa esplosione di vita e di bellezza era amplificata dalla presenza di farfalle variopinte che coprivano il cielo,volteggiando compatte in tutte le direzioni,ondulate flessuose come un lenzuolo al vento. Esse   facevano da cornice a quel magnifico quadro della natura. Tutta la campagna era un ribollire di vita sana e nuova. 
 Il mio rione era circondato anche da immense distese di campi coltivati; noi bambini, quasi tutti, avevamo allacciato ottimi rapporti con i contadini, i quali ci chiedevano aiuto nel lavoro dei campi, dandoci come contropartita una piccola parte del raccolto, frutta e verdura fresche. Avendo questo tipo di rapporto con i contadini, ,non avevamo bisogno di rubare la frutta nei campi,però a qualche centinaio di metri dal nostro rione c’erano alcuni campi gestiti da un contadino molto burbero e scontroso, egli non permetteva a nessuno addirittura di avvicinarsi al suo podere,per questo motivo,quando la sera lasciava il suo campo,noi tutti entravamo nella sua terra ,facendo man bassa della sua frutta. In effetti ci limitavamo a mangiare sul posto qualche frutta. Un giorno fece finta di andare a casa con la decisa intenzione di sorprenderci con le mani nel sacco e si nascose tra le piante,non appena si rese conto che eravamo in trappola,uscì dal suo nascondiglio e acciuffò un nostro amichetto;lo legò ad un albero incitando il suo cane ad attaccarlo,senza però che questi venisse mai a contatto col nostro amico. Anche se non permise al suo cane di azzannarlo,il bambino rimase scosso per diversi giorni. Dopo quell’evento,eravamo decisi a dare al contadino una dura lezione, Ognuno di noi esponeva la propria idea  in merito al tipo di vendetta,erano tutte idee che a me piacevano,solo una di queste non mi piaceva per cui la scartai subito. Si trattava di abbattere un grandissimo albero di noci,l’orgoglio del contadino poiché    gli dava frutti in abbondanza. Quella sera non riuscimmo a metterci d’accordo e rimandammo al giorno dopo la decisione. Appena andai via presero una grossa fune,la legarono alla cima e cominciarono a tirare,all’inizio l’albero sembrava aver capito le intenzioni dei ragazzi,ad ogni strattone,contrapponeva la sua forza,ma poi dovette arrendersi a quella forza bruta. 
All’indomani venuto a conoscenza del misfatto,mi precipitai sul posto per rendermi conto di persona della situazione,alla vista di quel maestoso  albero sradicato,mi domandavo come avessero potuto fare una cosa così orribile. Anche se vi avevano partecipato tutti quanti,io cercavo l’ideatore di quella atrocità. Per diversi giorni non riuscii ad incontrarlo,poi quando finalmente lo sorpresi per strada,lo picchiai selvaggiamente e da quel giorno,lo allontanai per sempre dal nostro gruppo.
  Grazie ai contadini, le stradine venivano letteralmente coperte di piante essiccate di fagioli, che le facevano sembravano lastricate d’oro. Per far aprire i baccelli di queste piante, saltavamo su di essi come grilli, poi il contadino ci dava dei bastoni con i quali le colpivamo ed infine le lanciavamo in aria in modo tale che il vento portasse via polvere ed impurità e restassero a terra solo i fagioli. Spesso accendevano dei fuochi per bruciare foglie e rami morti. Un giorno questa manovra ci sfuggì di mano, e all’improvviso una lingua di fuoco arrivò ai piedi di un cespuglio, ingrossandosi velocemente e facendo aumentare quel fumo biancastro dall’odore inconfondibile, dopo di che strisciò fino ad un vecchio albero, e vi si arrampicò su, come uno scoiattolo lucente. Il fumo spirò via in grandi folate. Le fiamme, come se fossero dotate di una loro vita selvaggia, avanzarono come dei giaguari che strisciavano sul ventre. I rami che bruciavano producevano un fragore di tuono. Per fortuna quell’ albero era isolato dagli altri, e quindi l’incendio non si propagò.

 Quando la luce del sole abbandonava la campagna, l’oscurità si avvicinava lentamente, invadendo gli spazi tra gli alberi finché essi diventavano cupi come il fondo del mare; allora, con molta riservatezza, iniziavano ad uscire dalle loro tane i piccoli mammiferi notturni, in cerca di cibo, inconsapevoli del fatto che altre creature notturne, a loro volta, li aspettavano per banchettare con le loro tenere carni.
 Anche i temporali estivi erano motivo di eccitazione, perché erano improvvisi e violenti. In poco tempo si addensavano enormi e minacciose nuvole nere, poi queste si aprivano e lasciavano venir giù la pioggia, impetuosa e abbondante come una cascata. L’acqua scendeva giù strappando le foglie e rami dagli alberi, si riversava su di noi come una doccia fredda e, dalla terra bagnata, veniva su un odore caratteristico, sempre uguale,che pervadeva il mio essere.  Quando cessava di piovere, nella campagna si udiva solo il gocciolìo dell’acqua, che si riversava da una foglia all’altra fino alla terra bruna. In questo contesto mi sentivo parte integrante  , della natura, in essa scoprivo il divino e l’umano,la violenza e la grazia,le cause della vita e della morte. Agivo con gli altri con la stessa generosità con cui la natura mi offriva frutti,fiori,spettacoli e paesaggi vari,nell’alternarsi delle stagioni. Non mi accontentavo di osservarla,la scrutavo profondamente,per amarla ancora di più. Saper osservare non è facile,richiede infatti l’uso attento e costante di tutti i sensi,perché la natura che ci circonda,è fatta di luci,ombre,suoni,forme e di colori. Io che non ero un osservatore distratto riuscivo a capire che tutte le cose parlano un loro linguaggio:l’onda del mare suscitava in me l’idea dell’infinito,il granello di sabbia quella dell’universo. I miei luoghi di infanzia mi appaiono diversi da tutti gli altri in cui ho vissuto, essi rappresentano il mio mondo, le mie radici, alle quali sono molto legato. Non dimenticherò mai quei terreni accidentati, nei quali si formavano delle pozze d’acqua, segnate dal passaggio dei carri trainati da buoi e cavalli.
Quasi tutte le famiglie della nostra zona erano povere; quando chiedevamo qualche giocattolo ai nostri genitori, era quasi impossibile che questo desiderio si realizzasse, perciò avevamo imparato a costruirli con quello che trovavamo per strada. Eravamo diventati abili costruttori di archi, frecce e fionde con le quali davamo la caccia agli uccelli, lucertole e farfalle. Dagli alberi di querce raccoglievamo le ghiande che usavamo come proiettili per le nostre fionde, dai pioppi tagliavamo i rami per farne archi e frecce, e dai pini coglievamo le pigne per farne un ottimo profumo dalla dolce fragranza. Un vero Eden, fatto su misura per la crescita sana e felice dei bambini.
 Ho sempre avuto un amore immenso per gli animali in generale,ma quelli che amavo e tutt’ora amo di più sono i cani. Essi a loro modo soffrono,gioiscono,amano,perché dotati di una sensibilità che supera lo stadio dell’istinto e diviene quasi sentimento,proprio perché come noi sentono e patiscono. Tutti dovrebbero amare questi graziosi animali,sentirli più vicini,apprezzare il contributo di oscuro lavoro e sacrificio che hanno dato all’uomo nei secoli. Il cane ha salvato spesso vite umane,ha fatto catturare spesso ladri e malfattori,è stato per secoli il magnifico compagno di appassionate cacce. Quando qualche mia cagnetta partoriva,tutte le mattine aprivo il frigo e prendevo la mia razione di latte per portarla ai cuccioli,per questo motivo prendevo un sacco di botte da mia madre. Quando trovavo per strada un cane ferito,lo portavo nel nostro ripostiglio che si trovava sotto il garage di casa nostra,naturalmente senza dire niente a nessuno. Me ne prendevo cura fino alla totale guarigione,facendomi spesso aiutare dal vicino veterinario. A volte qualche cane era ridotto così male che tutti i miei sforzi risultavano inutili,in quei casi stavo malissimo,e non mi restava altro che dargli una degna sepoltura. Poiché ero sempre in compagnia dei cani,anche i ragazzi più violenti,con me avevano un atteggiamento molto cordiale,perché sapevano bene che questi ultimi non avrebbero tollerato nessuna forma di violenza nei miei confronti.

Continua sabato e domenica prossimi....

Introduzione e capitolo I
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