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9 marzo 2013

LE SBARRE INVISIBILI. DI CIRO TARANTINO

Una piacevole scoperta quella di Ciro Tarantino "scrittore". Con Ciro torniamo oggi ad una delle prerogative di questo blog, scoprire i "talenti"  di cui, lo sappiamo, è ricca la grande famiglia ex circum, oggi eav.. 

Dunque oggi ci allontaniamo per un attimo dalle tribolazioni che ci assillano per immergerci in una lettura che per quanto mi riguarda mi ha appassionato. Uno scugnizzo è quello che viene fuori da queste pagine dai contenuti forti, uno scugnizzo che ha sofferto ma che ha saputo reagire superando brillantemente una zona scura della sua vita anche grazie "all'esorcismo" nei confronti della "violenza" subita, rappresentato da questo suo breve racconto 
I miei complimenti all'autore ed il personale invito alla ormai famiglia "allargata" EAV nella quale ci saranno tanti talenti (ex Sepsa e ex Metrocampana nord est) ancora da scoprire a farsi avanti e ad inviare al blog le loro opere. Noi siamo qui nel nostro piccolo, pronti, come abbiamo fatto per tanti in passato e oggi per Ciro, a rendere loro omaggio.
giona

PS
Chi volesse leggere questo racconto di vita senza attendere le pubblicazioni dei vari capitoli il sabato e la domenica a partire da oggi, può andare direttamente alla pagina dove è raccolta l'intera opera e leggerla nei tempi e nei modi preferiti. 

L'AUTORE, CIRO TARANTINO, OPERATORE DI STAZIONE PRESSO 
LA BIGLIETTERIA DI NAPOLI NOLANA, EX CIRCUMVESUVIANA 
  
LE SBARRE INVISIBILI



- INTRODUZIONE -

 Questo libro è un romanzo autobiografico, la cronaca di un’esperienza vissuta, per certi versi estrema.
Poco più che bambino, infatti, finii in un istituto gestito da suore severissime, vittima e testimone di quel sistema quasi carcerario, totalmente autentico. Scritto nel 2009, quarant’anni dopo i fatti avvenuti, “Le sbarre invisibili” esprime la convinzione che la mente umana possa, all’occorrenza, assumere una doppia natura; ma è anche un’efficace denuncia dell’ipocrisia di alcune religiose, e dei loro violenti comportamenti nei confronti di bambini indifesi, rinchiusi nei collegi. In definitiva, il romanzo è una sofferta testimonianza sugli insospettabili comportamenti di queste suore e sul terribile snaturamento che possono operare sulle menti infantili; è anche un disperato tentativo di rievocare la personale, strenua lotta che feci per riappropriarmi di quanto avevo di più caro al mondo, “la libertà”, senza la quale più niente aveva senso. Resistetti all’insopportabilità di quei giorni con l’unico scopo, l’unica speranza, di riacquistare da un momento all’altro le mie cose amate. Fui tradito tante e tante volte, ma sempre mi rialzai per ricominciare a lottare.  Dalla mia tragica esperienza si possono trarre alcune considerazioni: la prima, che pagai un prezzo altissimo per la mia indole ribelle; la seconda considerazione è che sono cresciuto nella speranza di trovare una qualche risposta al motivo   di tanta ostinazione e decisione, da parte dei miei genitori, nel tenermi rinchiuso in quel collegio; risposta che avrebbe alleviato almeno in parte il mio spirito. Risposta che ancora sto aspettando. Questa rievocazione mi trasporta nel mondo della mia prima infanzia, un mondo semplice e povero, che pure, in quel periodo, aveva per me un forte fascino, una malia tutta sua. Anche il ricordo della mia cameretta, dove dormivamo in cinque, è motivo di una serena e pacata nostalgia. La tenerezza dei ricordi, tuttavia, non cancella né ignora le gravi responsabilità dei miei genitori e delle pseudo religiose; ma il giudizio morale che ne consegue, seppur severo, riesce a valutarle sulla base di una coscienza umana limpida e serena. Nel corso della narrazione ho ripetuto più volte alcuni termini e concetti: mi è parso necessario conservare queste ripetizioni, per non privare il racconto di un certo disordine vivo, disegnando un cammino che, dapprima semplice, va a poco a poco ampliandosi in tutte le direzioni, divenendo tortuoso. 
Questo libro va preso per ciò che è, una sorta di passeggiata nei ricordi, ordinata e disordinata al tempo stesso.  Trattando un argomento così delicato, come quello dei problemi dei bambini - problemi ci toccano oggi come ieri, l’essenziale mi è parso far ascoltare una voce autentica, che parla con semplicità, appoggiandosi, ad ogni istante, su più di quarant’anni di riflessione.



Sono nato a Napoli,in un rione popolare alla periferia nord di Napoli.
 La mia famiglia era composta dai miei genitori, più dieci tra fratelli e sorelle, per l’esattezza sei maschi e quattro femmine.
 Mio padre era un uomo mite, con un carattere molto accomodante e premuroso con i figli. Controllava le nostre amicizie in modo da tenerci lontano dalle cattive compagnie. Questo suo comportamento era dovuto alla elevata presenza di microcriminalità nel nostro quartiere. Prima che si impiegasse nel Comune di Napoli, aveva lavorato per circa dieci anni come calzolaio in una piccola fabbrica, lavorando anche quindici ore al giorno. Aveva frequentato la scuola elementare sino alla quarta classe, poi aveva dovuto interrompere gli studi per aiutare la famiglia, in quanto povera. A diciassette anni convolò a nozze con mia madre, praticamente iniziando a lavorare a nove anni e sposandosi a diciassette anni non ha neppure sfiorato la spensieratezza dell’età adolescenziale. Egli guidava con molta prudenza,forse troppa,ragion per cui tutte le auto ci sorpassavano. Essendo dei bambini,noi lo incitavamo ad aumentare la velocità,ma egli non ci ascoltava,proseguendo la sua lenta corsa . A volte  mentre le auto ci sorpassavano,cacciavamo le mani fuori dal finestrino per fare dei gestacci indirizzati a tutti coloro che ci sorpassavano,i destinatari di quei volgari gesti,notando che eravamo bambini,divertiti,proseguivano la loro corsa. Quando nostro padre si accorgeva di quei nostri scherzi,fermava l’auto e ci redarguiva,qualche volta ci mollava anche qualche sonoro ceffone. A quel punto interveniva nostra madre,ricordando a nostro padre che in fondo eravamo dei bambini,e non era il caso di essere così duro.  
Anche mia madre proveniva da una famiglia povera e anche lei non aveva terminato la scuola elementare,per questo motivo aveva giurato a se stessa che tutti i  figli avrebbero frequentato  regolarmente la scuola a qualsiasi prezzo.   Era cresciuta in zone molto povere e a dodici anni in piena Seconda Guerra mondiale, aiutava la famiglia vendendo dolciumi di contrabbando, esponendosi a tanti pericoli in così tenera età. A sedici anni si sposò e a diciassette era già madre del mio primo fratello. Era una persona combattiva, orgogliosa e fiera. Aveva un carattere molto forte e autoritario, attaccava verbalmente e fisicamente chiunque osasse farci del male. Ho sempre avuto l’impressione che da piccoli ci trattasse da adulti e viceversa. Quando  a causa  nostra  si azzuffava con altre persone, era sempre mio padre che riusciva a calmarla.
 Il primo dei miei fratelli, di nome Carmine, è stato molto sfortunato da piccolo, in quanto è stato rinchiuso per cinque anni nell’Istituto che in seguito, per mia sfortuna, sarà teatro delle mie sofferenze. In tanti anni non l'ho mai sentito dare un giudizio né positivo, né negativo, in merito all’esperienza vissuta dietro quelle mura. A diciotto anni si arruolò nell’Aeronautica militare, finendo in una caserma ai confini con l’Austria. Di conseguenza ha vissuto con noi molto poco.
 La seconda figlia, di nome Paola, era una ragazza bellissima, adorabile, era corteggiata da qualsiasi ragazzo posasse gli occhi su di lei. Ero molto geloso di lei,non permettevo a nessuno di corteggiarla,forse perché inconsciamente avevo paura che qualcuno sposandosela l’avrebbe portata via. Quando qualche malcapitato la corteggiava,andavo su tutte le furie,per cui chiamavo tutti i miei amichetti armati di fionde e organizzavo un attacco in massa contro quel incauto ammiratore di mia sorella,il piano d’attacco veniva studiato nei minimi particolari. Restavamo nascosti nell’erba alta che si trovava di fronte la strada,appena il corteggiatore entrava nel mirino delle nostre fionde davo l’ordine d’attacco e in pochi secondi la sua auto veniva colpita da una miriade di sassi. Qualcuno dopo l’attacco scendeva dall’auto per minacciarci,ma visto che anch’egli veniva colpito,si rimetteva in macchina e scappava  il più veloce possibile. Per questo motivo,mia sorella Paola veniva corteggiata solo quando si trovava lontana da casa. A volte le mie sorelle tentavano,senza riuscirci di corrompermi con cioccolatini e gelati. I miei cognati sono stati fortunati perché quando corteggiavano le mie sorelle,io ero rinchiuso in un collegio. 
   Paola era di statura normale, e snella. Con il suo sguardo, incantava i suoi ammiratori, e i suoi grandi occhi nocciola brillavano di questa consapevolezza. Oltre alla bellezza, ella possedeva una genuina dolcezza, ed era amata da tutti.  Fin da piccola lavorava duramente in casa, aiutando mia madre e badando ai fratelli più piccoli, trascurando di esercitare il suo diritto inconfutabile di bambina. Ella mi dava da mangiare, mi lavava, mi vestiva, mi faceva giocare, e dalla prima elementare mi aiutava anche nei compiti.
 La terza figlia, di nome Angela, si occupava della cura di mio fratello minore; forse per questo motivo non ho molti ricordi di lei. Quello che ricordo è che era un po’ severa rispetto a Paola, pretendeva che noi mangiassimo anche le cose che non gradivamo, come le pietanze che contenevano l’aglio e la cipolla. Era bassa di statura, ma aveva un bel visino che le annullava quel piccolo difetto.  Patrizia, la quarta figlia, a differenza delle altre sorelle era bionda, con enormi occhi verdi, ereditati dal patrimonio genetico della nonna paterna. Aveva un carattere un po’ stravagante, molto fantasioso, a volte sembrava che vivesse in un mondo tutto suo, da piccola espresse più volte il desiderio di fare la cantante; anche lei era bella ed affascinante. Sia Patrizia, sia Angela finirono in un Istituto religioso per frequentare le scuole elementari; ma, fortunatamente per loro, in quell’Istituto c’era una suora nostra parente,  di conseguenza erano trattate con un certo riguardo.
 Il quinto figlio, Gennaro, era un bambino molto diverso da me: non amava giocare a calcio, arrampicarsi sugli alberi, esplorare i campi, e litigare con gli altri bambini.  Era nato al settimo mese di gravidanza, forse per questo motivo era molto esile fisicamente ,era biondo ed aveva gli occhi verdi. La cosa che amava di più era costruire una bancarella, e vendere caramelle e dolciumi vari agli altri bambini,insomma gli piaceva fare il commerciante. Egli all’età di cinquant’anni ha perso un figlio, che di anni ne aveva vent’otto.
 La sesta sorella, chiamata affettuosamente Titti, aveva una straordinaria somiglianza con mia madre e da lei aveva ereditato anche qualche sfumatura del suo particolare carattere; ma possedeva, in più, una sensibilità al di fuori del comune. Era magra e graziosa, il che la faceva sembrare una bambolina. All’età di quattro anni la portarono in un istituto per farle frequentare prima l’asilo e poi le scuole elementari. 
Non so di preciso cosa e come accadde, ma, due giorni dopo  mia nonna materna ,con l’autorizzazione dei miei genitori la prelevò dall’istituto,e la  portò a casa sua;  dove rimase sino all’età di dodici anni. Ma già all’età di sette anni, Titti iniziò a manifestare l’intenzione di voler tornare a vivere con i propri genitori, ma questo non le fu concesso: per questo esilio forzato mia sorella soffriva molto, ma era troppo piccola per combattere e reagire. Raggiunta l’età adolescenziale, e consapevole delle sue forze, cominciò a ribellarsi con sempre maggiore costanza. Questo suo soffrire si attenuava ad ogni estate perché in quella stagione la nostra famiglia trascorreva le vacanze a casa della nonna a Bagnoli, ed ella era molto felice di stare con noi tutti i giorni. Finite le vacanze, quando ci apprestavamo ad andare via, si rinnovava in lei quel senso di abbandono che le rodeva l’anima. A dodici anni, sentendosi pronta a far valere il suo diritto di figlia, scappò da Bagnoli per venire a vivere con noi, con l’obiettivo di restarci per sempre.  Riuscì nel suo intento e i miei genitori furono costretti ad accettare la gran sete d’amore che ella  nutriva per la sua vera famiglia.
  Il settimo fratello sono io, Ciro; dopo di me nacquero Salvatore, Antonio e Gaetano.
Questi ultimi sono stati più fortunati, perché hanno conseguito la licenza media senza trascorrere nessun giorno in collegio. Con Gaetano avevo un rapporto diverso dagli altri fratelli, perché caratterialmente era molto simile a me. Con lui mio padre era molto permissivo e accomodante perciò quando avevo bisogno di qualche soldino,mandavo  lui da mio padre a chiederli, poiché ero consapevole che molto difficilmente glie li avrebbe negati. Gaetano era impulsivo,istintivo,generoso e altruista. Qualunque cosa avesse, che si trattasse di giocattoli o,di dolciumi,bastava chiederglielo e immediatamente lui li  regalava. Era sempre disponibile con tutti,socievole e simpatico. Aveva delle doti innate di calciatore, mostrate sin dalla giovanissima età.
 Antonio era il più calmo e riflessivo della famiglia, ed è anche quello che ha dato meno problemi ai miei genitori. Difficilmente faceva a botte, anzi a differenza nostra, a volte era picchiato da altri bambini, e quando tornava a casa piangendo, veniva anche redarguito da mia madre, in quanto non era stato in grado di difendersi da solo. Era ubbidiente, ma aveva un “piccolo” difetto: non amava studiare. In seguito, dopo qualche decennio, di questa numerosa famiglia è venuto  a mancare la figura   più importante, mio padre. . Tutti noi eravamo consapevoli di aver perso un pezzo molto importante della nostra vita, ma il suo ricordo ci accomunava nella fierezza e nell’orgoglio di aver avuto il privilegio di essere stati suoi figli.
 Recentemente e inaspettatamente  è salita in cielo anche nostra madre cogliendo noi tutti impreparati a questo funesto evento. Oggi c’è una voce che odo dentro di me, che giunge da misteriose lontananze,lieve come il soffio carezzevole della brezza e sfumata come il suono dell’eco:la tua voce mamma. è un suono flebile e smorzato,ma che parla al cuore,in un richiamo prepotente. Non si può pensare che l’amore materno,così intenso e così profondo,non sia eterno. Anche se ormai non c’è più,continuo con lei un muto dialogo,conservandone nel cuore l’immagine e il sorriso. Son certo che quando il mio cuore avrà dato l’ultimo battito,potrò rivederla ed essere da lei guidato per mano presso Dio. Un’altra figura importante della nostra famiglia è  mio zio Salvatore, fratello di mia madre. 
Egli mi voleva molto bene, ed è grazie a lui se nuoto con disinvoltura già dall’età di sei anni.  Un giorno, infatti, senza troppi preamboli, mi buttò in acque profonde, standomi sempre accanto  e pronto ad intervenire in caso di pericolo. Di lui ho tanti bei ricordi,spesso  mi portava in moto,a volte  mi faceva partecipare alla pesca in mare di mitili e granchi. Un giorno, all’età di venti anni, questo mio zio finì in ospedale per una grave malattia; questo non mi impediva di andarlo a trovare. Era ricoverato in un ospedale molto vecchio. Le mura all’interno del nosocomio erano grigie, i corridoi tutti uguali e stretti, pieni di anguste porte. Tutto ciò mi dava una grande tristezza, che però spariva, quando lo incontravo.
 Mia nonna materna, madre di mio zio Salvatore, aveva una forte personalità, era una donna che durante l’arco della sua vita aveva sofferto molto. All’età di quaranta anni fu abbandonata dal marito, e si ritrovò da sola con cinque bocche da sfamare. Durante la seconda   Guerra mondiale a volte restava senza cibo anche per diversi   giorni. La grande responsabilità, giunta inattesa, di dover badare da sola ai propri figli, ingigantì ancor di più la sua dignità, che dimostrò lavorando e svolgendo in modo esemplare i suoi doveri di madre e anche quelli di padre.  Ma i suoi guai non erano ancora finiti: qualche anno dopo le morì un figlio di ventiquattro anni, e in seguito, come già ho accennato prima, un altro era costretto a continui ricoveri in ospedale.  Nonostante tutto, continuò a lottare con grande spirito di sacrificio e abnegazione, ricevendo dai figli attestati di stima, amore e rispetto.

Continua.....

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3 commenti:

Giorgia ha detto...

Sei un grande Ciro bravo i miei complimenti,quando lessi questo tuo racconto rimasi senza parole per il tuo vissuto,sono felice che Navarone l'abbia pubblicato perche' merita essere letto,da esso può insegnarci tanto...bravo Ciro......Giorgia Sannino.

me medesimo ha detto...

Bello e commovente, non al contenuto, ma alla tua "nudità" consentimi il termine, che hai messo in luce e che è parte di te . La si vede ogni qualvolta condividiamo qualche giorno della nostra vita ,osservandoti, attraversando la quale si arriva al tuo immenso cuore.
Complimenti E. Buonocore

me medesimo ha detto...

Caro Ciro, ho letto tutto di un fiato il tuo racconto. Mi hai fatto “rivivere” tutta la mia infanzia e adolescenza (dai 7 ai 16 anni relegato in collegio “Francescano”), la quale mi è stata rubata come i tuoi quattro anni. Ti posso capire benissimo, per cui ritengo che sei stato troppo buono nel giudizio finale che hai dato a taluni personaggi. Complimenti per il coraggio che hai avuto nel descrivere certe esperienze che hai vissuto in prima persona. Ti garantisco che altri hanno patito di peggio, un mio amico non ha retto e si è suicidato, io “semplicemente” segnato per tutta la vita. È qualcosa che non puoi far sparire con il tempo, anzi…
Ringrazio Dio, il Quale ha a cuore ogni vita, Egli mi ha donato la fede e mi ha messo nella condizione di servire e aiutare gli “ultimi” di questo mondo, abbandonati dall’indifferenza umana che vede, ma non vuol vedere… Ora faccio tesoro delle mie esperienze nel rapporto con gli ultimi, i poveri, gli emarginati, gli abbandonati, ecc.
Grazie a te e a Giona che ha pubblicato sul blog il tuo scritto.
ANTONIO MUNIZZI